Leucemia fulminante: è di un italiano la cura chemio-free che guarisce in 9 casi su 10

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Una nuova cura per la leucemia fulminante dà speranza a 9 malati su
10. La terapia è stata ideata da Francesco Lo Coco, ordinario di
Ematologia a Roma

Una nuova cura per la leucemia fulminante dà speranza,infatti La ricerca italiana premiata a livello europeo. Il professore Francesco Lo Coco, classe 1955, ordinario di Ematologia all’Università di Roma Tor Vergata, ha ricevuto il José Carreras Award, premio per l’ematologia assegnato al Congresso della Società europea di ematologia-Eha. Il suo merito? Aver trovato una cura efficace per la leucemia fulminante.

La procedura messa in atto da Lo Coco e dal suo team consente la guarigione nel 90% dei casi, senza il ricorso alla chemioterapia. La cura abbina acido retinoico e triossido d’arsenico, un mix che colpisce le cellule tumorali ma risparmia quelle sane.

Una nuova cura per la leucemia fulminante dà speranza
Leucemia fulminante

Scopriamo insieme di più.

Leucemia fulminante: cos’è

La leucemia fulminante è nota in ambito medico con il termine leucemia acuta promielocitica. Si tratta di un sottotipo di leucemia mieloide acuta ed è il più aggressivo dei tumori del sangue.
La causa è da individuare in una traslocazione – una aberrazione
cromosomica, che scambia parti di cromosomi non omologhi – tra i
cromosomi 15 e 17. Si tratta di una ricollocazione acquisita e quindi
non presente alla nascita.

La malattia sorge improvvisamente (da
qui l’appellativo di fulminante). Si può presentare sotto forma di
forti emorragie, dovute alla riduzione del numero di piastrine e alla
mancata coagulazione del sangue. Ad oggi, tra il dieci e il venti per cento dei pazienti sperimenta emorragie fatali, per esempio a livello cerebrale, ancor prima di ricevere una diagnosi di leucemia.

La malattia è piuttosto rara. Colpisce in Italia circa 150 persone in un anno, in genere tra i 35 e i 40 anni, indipendentemente dal sesso.

Leggi anche: Leucemia mieloide: “DNA non umano in un caso su due”

La cura per la leucemia fulminante del professor Lo Coco

La cura del professor Lo Coco è una
speranza per molte persone. Anche perché fino a pochi anni fa le
possibilità di sopravvivenza si fermavano al 40% dei casi. Una
percentuale oggi più che raddoppiata.

«La leucemia promielocitica – spiega Lo Coco – ha origine dalla crescita incontrollata dei promielociti, progenitori dei globuli bianchi.
Invece di ‘diventare grandi’ come normalmente avviene nel midollo
osseo, queste cellule si accumulano in forma immatura determinando
anemia e frequenti emorragie. La malattia può insorgere in modo
improvviso e spesso ha un decorso aggressivo, a volte fulminante
per via delle gravi emorragie interne: senza una diagnosi rapida e
accurata, e in assenza di terapie adeguate, ancora oggi questo tumore
può avere esito fatale in poche ore o in pochi giorni».

Grazie alle scoperte del professore e del suo team, le speranze di sopravvivenza alla leucemia fulminante sono radicalmente incrementate.
In un primo momento, la cura di Lo Coco era una combinazione di acido
retinoico, un derivato della vitamina A, e chemioterapia: il tasso di
guarigione era così stato già portato al 70-80%.

La svolta definitiva è stata l’eliminazione della chemio e l’introduzione del triossido di arsenico. “Ora siamo arrivati a oltre il 90% senza chemio”, spiega il professore.

Le sostanze impiegate funzionano in maniera complementare. Il triossido di arsenico riduce la morte cellulare delle cellule tumorali (detta apoptosi). In contempo, l’acido retinoico completa il percorso di differenziazione cellulare dei promielociti, precursori dei globuli bianchi.

Il premio

La ricerca di Lo Coco e del suo team che ha introdotto la nuova cura per la leucemia fulminante è stata pubblicata nel 2013
sul New England Journal of Medicine. Oggi quella ricerca riceve il José
Carreras Award, istituito nel 1999 e voluto dal tenore spagnolo di cui
porta il nome. Lo stesso Carreras si è ammalato di leucemia nel 1987 e
sottoposto a trapianto di midollo osseo l’anno successivo.

Decise quindi di assegnare il riconoscimento per premiare i successi dell’ematologia moderna.

«Accolgo con onore questo riconoscimento – ha commentato Lo Coco – come una nuova e prestigiosa conferma del valore dell’ematologia italiana:
per produzione scientifica siamo primi nel Paese, secondi nel mondo
dietro agli Stati Uniti, e negli anni siamo stati premiati a livello
internazionale con grande continuità»

Un appello per la ricerca italiana

Il riconoscimento al ricercatore
italiano è anche l’occasione per fare il punto sullo stato del mondo
medico e scientifico in Italia. Un’eccellenza da stimolare e finanziare,
come forse non è ancora stato fatto finora:

«In Italia – commenta Lo Coco – pare che tutti ne siano consapevoli. Tutti lo dicono, e tuttavia nessuno vara provvedimenti volti a canalizzare i rivoli di microfinanziamenti secondo logiche di merito decise da una regia coordinata».

Il professore ricorda la propria
esperienza all’estero, come caso purtroppo raro di chi ritorna in Italia
per far fruttare la ricerca scientifica nazionale:

«Nella mia carriera ho fatto un’importante esperienza all’estero. Per 2 anni mi sono formato alla Columbia University di New York. Pur avendo la possibilità di fermarmi negli States, sentivo che avrei potuto fare carriera e buona ricerca anche in Italia. Così è stato, anche se gli sforzi necessari a emergere furono di gran lunga maggiori di quelli che avrei dovuto fare negli Usa. Non mi riferisco alla quantità di lavoro, ma allo spreco di energie che ci costa la lotta contro stupidi legacci burocratici, penuria di mezzi e mancanza di organizzazione».

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